venerdì 28 agosto 2015

Il Figlio di Stalin morto tra le colline di Tarzo e Vittorio Veneto nel 1945 - ricerche del bibliotecario e artista Lucio Tarzariol



Il Figlio di Stalin morto tra le colline di Tarzo e Vittorio Veneto nel 1945

Ricerche e studi a cura del bibliotecario artista Lucio Tarzariol e Alessandro Tomasi

Tempo fa appresi da Alessandro Tomasi di Tarzo che sua madre e sua zia: De Lorenzi Maria e Nadia ricordavano che da piccole con i loro genitori si recavano poco lontano dalla chiesetta delle perdonanze tra le colline di Tarzo e Vittorio Veneto (TV) ove vi si trovava una lapide dove assieme ad un partigiano italiano era rimasto ucciso un russo che si diceva imparentato con Stalin. Questo ricordo era così chiaro tanto che ricordano benissimo che annualmente un tempo, uscivano importanti autorità russe a onorare il defunto e a celebrare una cerimonia in loco. Nella memoria storica ufficiale si parla di tre partigiani della "Piave", uccisi dai militi della Mas il 6 febbraio del 1945: Giovanni Morandin "Barba" al quale levarono il maglione di lana e gli strapparono i capelli; "Monti", pertigiano sovietico, al quale tolsero le calze e le scarpe e Giuseppe Castelli "Deciso", fucilato il giorno dopo nella piazza antistante la chiesa di Salsa a Vittorio Veneto, dopo che aveva tentato la fuga. Infatti si racconta che dopo l’attacco dei  partigiani  al Comando degli alpini di Tarzo le forze nazi-fasciste iniziarono un grande rastrellamento che porto  ad un attacco in forze ai partigiani in località Mondragon di Tarzo dove morì il partigiano Antonio Della Pietà ancora vestito da fascista e che poi vide concludersi la vicenda in tragedia con la morte dei nostri tre partigiani circondati sulle colline verso Cozzuolo di Vittorio Veneto.   

Il Fatto storico: 6 febbraio 1945
Arrivarono all'ultima tappa esausti e con pochissime armi, praticamente senza munizioni: un fucile mitragliatore ed alcune bombe. Il gruppo era composto da Monti (Giorgi Varazashvili), Barba (Giovanni Morandin, leggendario combattente della "Piave"), Castelli (Giuseppe Castelli) e da due alpini fra quelli prelevati al presidio di Tarzo. Era il primo pomeriggio; il gruppo si disperse attorno ad una casa, forse per celarsi meglio ed attendere la sera per sganciarsi e recarsi verso le Prealpi. Un testimone ci dirà di aver offerto loro del vino e che Monti, bevendolo disse: "Questo è il mio ultimo bicchiere".
Successivamente verso le due e mezzo di quel pomeriggio questi partigiani sbandati scorsero qualche movimento sospetto sul colle che si levava al di là della valle. Venne dato l'allarme; il gruppo salì a ventaglio su per il pendio e, all'improvviso, dalla costa, di fianco, in corrispondenza con lo sbocco della strada che sale da Vittorio Veneto, si scatenò l'inferno: erano arrivate le squadre dei militi del battaglione "Barbarigo" che sparavano con tutte le armi.
I nostri cercarono scampo, nel tentativo di raggiungere l'altro versante, ma furono bloccati da un dirupo impraticabile; si spostarono allora correndo a metà costa verso una selletta ai piedi di un'altura. Qui si compì la tragedia. Non avevano più possibilità di salvezza: i fascisti arrivavano da ogni parte.
Suicidio altruistico "Vedevo benissimo il Barba in piedi, immobile, con il mitragliatore imbracciato" - racconta un testimone -. "Tutto ad un tratto, vidi delle grandi scintille, - come una fiammata contro la sua arma: colpito in pieno, non so da che, venne scaraventato a terra: subito dopo, due, tremende esplosioni lacerarono l'aria, entro l'avvallamento, poi silenzio. Solo s'udì l'accorrere dei militi al richiamo dei loro commilitoni. Una bomba aveva squarciato il fianco del Barba provocando la fuoriuscita degli intestini; una seconda bomba era scoppiata ai suoi piedi. I militi della MAS, felici per la "vittoria", trascinarono i patrioti con delle carriole da letame, chiamandoli "briganti". Al Barba levarono il maglione di lana e gli strapparono i capelli colpendolo con calci; a Monti tolsero le scarpe e le calze. Castelli invece, fatto prigioniero, venne dileggiato lungo tutto il tragitto. Il giorno dopo, nonostante un suo ultimo tentativo di fuga, fu fucilato nella piazza antistante la chiesa di Salsa di Vittorio Veneto".
Questa storia, mi ha subito incuriosito, da provare con Alessandro a cercare quella lapide. Dopo alcuni fallimenti, lo scorso agosto, con l’aiuto di qualche intervista agli anziani del posto riuscimmo ad individuare il sentiero che menava alle lapidi, purtroppo il sentiero era poco praticabile ed in parte pieno di rovi. Da un intervista in loco al Signor Elio Botteon classe 1932 che ha sempre abitato li vicino al luogo dei fatti è emerso che quel giorno i tre partigiani erano cercati da fascisti, lui era solo un ragazzetto allora ed assieme ad altri coetanei vedeva le colline che allora non erano coperte di vegetazione come oggi, piene di fascisti, erano circa trecento, che ben presto circondarono i tre partigiani della brigata Piave e, a quanto pare, il Barba ed il Monti visto che non cerano vie d’uscita, si fecero scoppiare le bombe addosso mentre il Castelli scese alzando le mani e catturato fu portato in piazza Salsa dove in confessione con l’aiuto del parroco tentò di scavalcare il muro per dirigersi verso la ferrovia, ma senza riuscirci, così morì anche lui, fucilato.







Sopra il Signor Elio Botteon testimone dei fatti del 6 febbraio del 1945, affianco Alessandro Tomasi che riportò i ricordi della madre e della zia: De Lorenzi Maria e Nadia che ricordavano le autorevoli autorità russe che ogni anno uscivano ad onorare la lapide di Giorgio Monti, Giorgo Vorazoscvilj, alias Jakov Stalin.
Dopo qualche indicazione avuta dal Signor Botteon riuscimmo ad individuare la vecchia lapide, con le foto che ricordavano Giovanni Morandin chiamato il “Barba” ed un certo Giorgo Vorazoscvilj, chiamato Monti, “il Russo”, classe 1916; ed è questo personaggio che secondo alcune testimonianze sarebbe lo stesso Jakov Josifovič Džugašvili il figlio primogenito di i Josif Stalin allora fuggito alla prigionia.


Sopra Lucio Tarzariol affianco alla lapide celata nei boschi di Vittorio Veneto, (Foto Alessandro Tomasi agosto 2015)


Il figlio di Stalin, Jakov Stalin era un giorgiano che durante la Seconda guerra mondiale combatté nell'Armata Rossa con il grado di tenente d'artiglieria e guarda caso anche Giorgio Vorazoscyiliy, “Il Monti”, affermava di essere un giorgiano ufficiale di artiglieria dell’Armata Rossa e di frequentare il Cremlino. Il figlio di Stalin fu allevato dalla zia materna a Tbilisi. Mentre il Monti si diplomò nel 1940 presso l'Accademia di Stato di arti di Tbilisi ed entrambe erano anche ingegneri. Volendo cercare similitudini, vene sono a bizzeffe e testimonianze e confidenze dell’epoca non mancano. Già anni fa la professoressa Vittoria Giorgi raccolse alcune importanti testimonianze riportate nel testo: “Non perdiamo la Memoria”, fatti e vicende del nostro passato, pubblicato dall’associazione culturale di Promozione Sociale Eur – Ferratella. A pag 32 Vi è un articolo dal Titolo: Storia del partigiano Jakov, alias Giorgio Monti (presunto figlio di Stalin) e del suo compagno “Barba. La Giorgi scrive che già negli anni 60 giravano testimonianze scritte che Giorgio Vorazoscyiliy, “Il Monti” fosse Jakov Stalin il figlio di Stalin e della sua prima moglie EKaterina "Kato" Svanidze e la somiglianza in effetti era ed è ancora visibile, infatti già il capo della allora Brigata Piave si accorse di questa incredibile assomiglianza. La Giorgi continua affermando che sono state raccolte testimonianze in cui alcune persone hanno sentito il giovane dichiarare di essere il figlio del dittatore russo, dichiarazioni queste confermate anche dai due compagni russi: un giornalista della Pravda ed un certo Peter, che erano arrivati con lui nel nord Italia nel maggio del 44 e trattandolo con rispetto e deferenza affermavano che il giovane era vissuto al Kremlino e che era, per l’appunto, della famiglia di Stalin. Sempre la Giorgi sottolinea che il Figlio di Stalin era un ingegnere come lo era anche Giorgio Monti e anche l’età dei due più o meno coinciderebbe. Giorgio Monti giungeva dalla Jugoslavia, dove anche Jakov Stalin si era rifugiato fuggendo dopo la cattura dei tedeschi. Infatti, insieme con la sua unità, era stato fatto prigioniero a Ljassowo: scoperta la sua identità nell'aprile del 1942 fu trasferito nel campo di concentramento di Libecca, forse in vista de possibile scambio con il Feld Marescallo Von Paulus. Probabilmente fuggito con alcuni compagni si rifugiò nella Jugoslavia di Tito, perché si sa che da li fu inviata da parte del figlio una lettera al dittatore sovietico. Si sa con certezza che Giorgio Monti ebbe una relazione con l’italiana Paola Liessi da cui nacque un figlio di nome Giorgio 5 mesi dopo la sua morte, la stessa donna ha sovente dichiarato che un giorno il Monti le rivelò di “appartenere alla famiglia di Stalin”. Dalla mia ricerca pare che dopo la morte di George Varazashvili, Paola Liessi abbia sposato il partigiano Renato  Zambon da ciò, con un pò di fortuna sono riuscito anche a trovare delle foto francesi del figlio di Giorgio Monti e l’assomiglianza con i Stalin è incredibile.




















Sopra a sinistra Foto di Jakov Stalin a confronto con Giorgio Vorazoscyiliy, “Il Monti”, qui assieme al Barba e Castelli partigiani della Brigata Piave



Sopra altro confronto a sinistra Foto di Jakov Stalin a confronto con Giorgio Vorazoscyiliy alias Giorgio Monti assieme al “Barba” Giovanni Morandin “il Barba”


  












Altro confronto sopra a sinistra Foto di Jakov Stalin a confronto con Giorgio Vorazoscyiliy alias Giorgio Monti nella foto sulla lapide di Vittorio Veneto






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Altre presunte foto di Jakov Stalin























Sopra alcune foto di Paola Liessi e Giorgio Zambon Liessi che con molta fortuna sono riuscito a trovare in rete dalla Francia, notare l’assomiglianza con il padre Giorgio Monti e Jakov Stalin. (talie, Giorgio Zambon Liessi et Paola Liessi Silver Print. Tirage argentique  photovintagefrance. Bruno TARTARIN, 60 rue du mad, 54530 ARNAVILLE, Lorraine France métropolitaine).







 















Se questa storia vi può sembrare assurda guardate anche queste 4 foto estratte dalla mia ricerca, da sinistra Josef Stallin, il figlio Jakov, sotto Giorgio Monti  ed il figlio; a Voi ogni giudizio

Ufficialmente si racconta che Jakov Stalin fu catturato dalla Wehrmacht nel 1941. Nota è la notizia di uno dei suoi “agiografi” dell’epoca che ci ricorda che i tedeschi pensarono di scambiare l'illustre prigioniero con il Feld -Maresciallo Friedrich Paulus, caduto in mano sovietica dopo la battaglia di Stalingrado, ma alla proposta Stalin rispose: "non scambio un soldato con un generale e "io non ho un figlio”, da qui si capisce il difficile rapporto tra padre e figlio che non ha mai accettato il nome di Stalin, utilizzato sempre il cognome di famiglia Džugašvili. Ma può darsi, ed è logico pensare che questo modo di agire, per Josef Stalin, fosse una mossa per salvare il figlio dal nemico. Le circostanze della morte di Jakov Džugašvili non sono mai state del tutto chiarite. Si dice che i tedeschi dichiararono ufficialmente che morì il 14 aprile 1943 gettandosi contro la recinzione elettrificata del campo. Ma in realtà pare che Jakov Stalin sia sopravvissuto e scappato dal campo tedesco e si sia poi rifugiato in Iugoslavia per poi giungere in Italia, ma di preciso si sa ben poco. Nel 1980 il Sunday Times ha scritto che il figlio del dittatore sovietico si gettò contro la recinzione in seguito ad un litigio per banali motivi con dei prigionieri inglesi. Nel 2001 un articolo del Telegraph sosteneva che il tenente si suicidò nel 1943 dopo essere stato violentemente insultato da alcuni prigionieri polacchi. Questi lo avrebbero ricoperto di insulti quando nel campo fu data notizia del ritrovamento dei corpi delle vittime del Massacro di Katyń, strage perpetrata nel 1940 dall'NKVD sovietico ai danni di migliaia di civili e soldati polacchi. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha dichiarato di essere in possesso di documenti che rivelano che Jakov Džugašvili fu fucilato dai tedeschi mentre tentava la fuga da Sachsenhausen. La figlia Galina ha confermato questa versione nel 2003, ma in seguito ha ritrattato sostenendo che suo padre non fu mai fatto prigioniero dai tedeschi e che morì in battaglia nel 1941. Ma si sa, sia i tedeschi che i russi, per i loro scopi, hanno sempre controllato la loro propaganda con false notizie e con l’aiuto di sosia, vedi il caso di Josef Stalin, ma nonostante tutto la figlia di Jakov Galina sostenne questa ultima tesi con forza fino alla morte, dichiarò infatti che tutte le fotografie e le lettere che fanno riferimento alla prigionia del padre furono opera della propaganda nazista. Questa versione dei fatti è sostenuta dalla riabilitazione pubblica di Džugašvili, avvenuta nel 1977 con l'assegnazione postuma dell'Ordine della Grande Guerra Patriottica di Prima Classe da parte del governo sovietico e guarda caso, l’ironia della sorte vuole che anche a Giorgio Vorazoscyiliy "il Monti", qualche anno prima, il 25 gennaio 1971, ricevette postuma l’attribuzione, dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat che firmò il decreto, la Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla memoria. Per cui, dopo tante menzogne e misteri, si fa luce, come vedremmo, proprio la possibilità che il figlio di Stalin si proprio quel Giorgi Dimitris dze Varazashvili, chiamato “Giorgio Monti” che tra il 1944 - 1945 militava tra le fila partigiane della Brigata Piave; molte sono le testimonianze e se ci pensiamo bene, chiediamoci che senso aveva allora creare false testimonianze del genere  nelle nostre zone su una tragedia simile? Inoltre chiediamoci come mai uscivano importanti autorità russe a onorare questo soldato russo?, come ci ricorda la Signora de Lorenzi. Forse non è proprio un caso che appaia il “Giorgio Monti” nel maggio del 1944 e che scompaia Jakov Stalin, “nel Paese de traditori del disgelo russo” la Sera del 14 aprile, 1943. Forse non è neanche un caso che vi siano poche le notizie su “Giorgi Dimitris dze Varazashvili”, “Giorgio Monti”; infatti, quello che si sa è che nacque il 12 maggio, 1914 a Jimithi, nella città di Gurjaani in Cachezia, regione orientale della Georgia, che era di umile origine contadina, che aveva una sorella e che, per l’appunto, morì a Vittorio Veneto (Treviso) il 6 febbraio 1945. Varazashvili si diplomò nel 1940 presso l'Accademia di Stato di arti di Tbilisi specializzandosi in scultura. La scultura eseguita come lavoro di laurea "Lo Sportivo" dove ricevette una valutazione eccellente. Nel 1940 Varazashvili si arruolò nell'Armata Rossa. Durante la guerra con le forze nazifasciste e nel 1943, fu catturato da militari italiani. Tradotto in campo di concentramento, nel 1944 riuscì a evadere e a unirsi ai partigiani, così il capitano russo si é aggregato ai partigiani della brigata "Piave" sin dall'estate 1944. Vi ricordo che in un Manifesto di propaganda tedesco del 1941 si dice:"Non versare il tuo sangue per Stalin! Lui è già scappato a Samara! Il suo stesso figlio si è arreso! Il figlio di Stalin ha scelto di salvarsi, neanche tu sei obbligato a sacrificarti!"


Per cui può essere che proprio in questo periodo e per ovvi motivi, che si intrecciarono le due identità russe di Jahov Stalin e Giorgii Varazashvili che da una testimonianza tratta dal Flaminio, “Ricordi di Vita Partigiana nella Bigrata "Piave" e Contributo alla Resistenza del Paese di Lago”, e così descritto:  “I due sostano per qualche ora a casa mia, di notte, con le maggiori precauzioni, perché sanno che la mia casa é obiettivo di continui rastrellamenti. Mia madre prepara loro un po' di cibo caldo e asciuga loro il vestiario, specialmente i calzetti che sono 'quasi sempre inzuppati d'acqua per la neve calpestata nei lunghi trasferimenti. Parliamo di tutto, ma il pallino del "Barba" é quello di eliminare il presidio alpino di Tarzo che dà fastidio ai nostri movimenti dalla montagna alla pianura. Mi dice che non vuole più sentire il suono di quella maledetta tromba della caserma. Il Monti annuisce con quel suo viso così gentile e con il suo aspetto da meridionale; é di media statura, magrolino, con i capelli neri e la carnagione scura, tanto da ritenerlo non un russo ma un siciliano. Mentre noi parliamo, egli chiede una matita e un pezzo di carta: si mette a disegnare così bene. Si fa capire alla meglio ed apprendiamo che ha frequentato l'accademia militare e ché ha rivestito nell'esercito sovietico il grado di capitano d'artiglieria. E' molto simpatico e ringrazia con un singolare sorriso per il cibo che gli si può dare e per le gentilezze che gli usiamo.”
Per cui abbiamo abbastanza testimonianze che affermano che Jakov Stalin sia stato in realtà Giorgi Dimitris dze Varazashvili, chiamato “Giorgio Monti” il partigiano che fu ucciso dai militi della Mas il 6 febbraio del 1945 assieme a Giovanni Morandin, "il Barba". Detto ciò spero che quelle lapidi non siano dimenticate in mezzo al bosco proprio come accadde per i russi che più non escono a onorare la lapide del loro concittadino.

                                                                                                                                 Tarzariol Lucio