Altri libri

giovedì 26 luglio 2018

Acqua su Marte, un lago sotto i ghiacciai


 Questa notizia dimostra ancora una volta, come la Nasa riesca a confondere l'opinione pubblica, Marte nasconde una realtà scomoda per la nostra epoca. Un lago di acqua salata c’è davvero su Marte e la scoperta è frutto della tecnologia e della scienza di 22 ricercatori italiani, e soprattutto della loro determinazione a indagare uno dei misteri più intriganti del Pianeta Rosso. Il risultato pubblicato sulla rivista americana Science ha fatto subito il giro del mondo perché apre prospettive che cambieranno l’esplorazione e la ricerca della possibile vita. Il bacino è sotterraneo, nascosto a 1.500 metri di profondità. Esteso venti chilometri quadrati, si trova nella regione Planum Australe, una pianura nelle vicinanze del Polo sud dove una candida calotta di ghiaccio di anidride carbonica luccica perennemente nei panorami rossi. La storia inizia nel 2003 quando la sonda dell’Esa europea MarsExpress parte per l’orbita marziana. L’agenzia spaziale Asi partecipa all’impresa mobilitando i nostri specialisti dell’Istituto nazionale di astrofisica, delle università La Sapienza, Roma Tre, D’Annunzio e del Cnr. Alla base c’era un’innovazione di cui era padre il professor Giovanni Picardi, illustre esperto di radar a La Sapienza. Lui proponeva la costruzione di un tipo di radar a bassa frequenza, battezzato Marsis, da imbarcare sulla sonda le cui onde sarebbero state capaci di penetrare nel sottosuolo marziano fino a quattro chilometri rivelandone struttura e natura. Purtroppo Picardi è stato testimone solo dei primi indizi della futura scoperta perché nel 2005 è scomparso lasciando però un’eredità preziosa. Il cuore dello strumento è stato realizzato in Italia nei laboratori di Thales Alenia Space mentre in collaborazione con il Jet Propulsion Laboratory della Nasa sono state costruite negli Stati Uniti le due sottili antenne di kevlar che escono dalla sonda per venti metri. Così si è scandagliato sotto la superficie con non poche difficoltà perché i diversi materiali riflettevano i segnali in vari modi non sempre decifrabili. Enrico Flamini dell’Asi, Elena Pettinelli di Roma Tre e Roberto Orosei dell’Inaf (primo firmatario della ricerca) hanno guidato il gruppo che ha accumulato indizi in-teressanti. Il software dello strumento ha giocato però un brutto scherzo trasmettendo valori che depistavano. Allora gli scienziati hanno cambiato il programma tracciando finalmente con certezza i confini del lago dove l’acqua rimaneva liquida grazie a una sorta di antigelo, cioè dei sali che erano stati trovati anche in superficie dalla sonda Phoenix. «La scoperta premia l’impegno dei nostri ricercatori impegnati da decenni su Marte assieme alla Nasa e all’Esa — nota Roberto Battiston, presidente dell’Asi —. E ora ci prepariamo allo sbarco del rover di Exomars nel 2020 quando andremo anche scavare nelle profondità con una trivella robotizzata tutta italiana»


mercoledì 6 giugno 2018

DIRETTA STREAMING - PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI LUCIO TARZARIOL E ALESSANDRA ZAMBON "JACOV IL FIGLIO DI STALIN PARTIGIANO IN ITALIA"









Sinossi

  In questa ricerca Lucio Tarzariol, assieme ad Alessandra Zambon, nipote diretta del “Capitano Monti” alias Jakov Josifovič Džugašvili Stalin, mette in evidenza l’oscura vicenda della doppia identità del partigiano russo morto in Italia fra le colline di Treviso nel 1945. Nello specifico, oltre a raccontare la vicenda storica partigiana accaduta fra le colline di Treviso, viene trattato, attraverso ricerche inedite, testimonianze e interviste, il fondato e sconvolgente sospetto di uno scambio di identità servito da alibi per fuggire a Jakov Džugašvili, il figlio maggiore di Stalin, ufficialmente creduto morto in Germania, ma in realtà fuggito in Italia sotto il nome di Giorgi Dimitris dze Varazashvili, conosciuto tra le fila partigiane con il nome di “Capitano Monti”. Anche molti russi credono che Jakov, il figlio maggiore di Stalin, non sia morto in prigionia tedesca, come si è voluto far credere per anni, ma sia fuggito in Italia; del resto, come credeva la sua stessa figlia, Galina, è probabile che i tedeschi per i loro scopi propagandistici presentassero al mondo un doppione di Jakov, e avrebbero portato avanti la loro tesi avendo semplicemente trovato solo i documenti personali di Jakov, che dalle testimonianze pare se ne fosse liberato prima dell’arresto da parte dei tedeschi. Non a caso: “la bara arida del morto da Sachsenhausen arrivò a Berlino, ma poi scomparve misteriosamente e, con lui, le ultime tracce di Jakov Džugašvili”. Tra l’altro la sopra citata ipotesi è conforme ai risultati recentemente diffusi dai sovietici. Molte le vicende, le testimonianze, i fatti e le recenti prove che portano a pensare che il “Capitano Monti” sia stato in realtà proprio Jakov Džugašvili, figlio naturale di Stalin; dalla scomparsa del corpo nel cimitero di Tovena, alle varie testimonianze raccolte da chi gli era vicino, dai rastrellamenti nazifascisti e dalle visite dell’ambasciata russa in casa dell’allora fidanzata Paola Liessi, con lo scopo e l’intento di portargli via il figlio che aveva concepito con il capitano “Monti”, e non per ultimo la scomparsa dei fascicoli riguardanti lo stesso Monti a Roma, al quale fu concessa anche la medaglia al valor militare. Ancora l’intervista alla RAI a Svetlana, figlia di Stalin, sospesa a metà, l’incredibile somiglianza del capitano “Monti” e la sua discendenza con la famiglia Stalin, senza trascurare i tratti caratteriali del “Monti” che combaciano perfettamente con quelli di Jakov. Non dimentichiamo poi questa ricerca con i nuovi risvolti, che mi ha portato a identificare le persone rappresentate nella misteriosa foto che il capitano “Monti” teneva nel portafoglio rinvenuto nella sua salma dopo la sua morte; persone che sono affettivamente legate a Jakov Stalin e alla sua famiglia. Come ho ben documentato da comparazioni e foto fatte nel medesimo luogo e tempo; nonché la constatazione, tramite documentazione fotografica, che al capitano “Monti” non mancava alcuna falange al dito indice come invece è evidenziato nella sua biografia presente nel dizionario georgiano.
 Tutto ciò e tanto altro porta a supporre che la vera identità di Jakov Stalin abbia continuato ad esistere nella figura del “Capitano Monti”, “Giorgi Dimitris dze Varazashvili”, fino alla sua morte nel 1945, tra le colline di Vittorio Veneto e Tarzo. Ma la sua discendenza tuttora continua a esistere in quanto il capitano “Monti”, come già accennato, tessé una relazione amorosa con la trevigiana Paola Liessi, e pochi mesi dopo la sua morte nacque, come già detto, suo figlio, che prese il nome di Giorgio Zambon, il quale dedicò parte della sua difficile esistenza alla ricerca della vera identità del padre, fu sposato con la cugina Enia Liessi, viaggiò in Russia, contattò enti istituzionali e politici alla ricerca di informazioni che non trovò mai; infine ebbe una figlia, Alessandra Zambon, che in questo libro mette in evidenza i ricordi e le difficoltà di una famiglia che ancora non ha sciolto la matassa ed i nodi della sua oscura discendenza, quella che molto probabilmente è la “discendenza di Stalin in Italia”.
  Testimonianze, sospetti, interviste e ricordi tessono un puzzle che pare avere una sola logica. Io e Alessandra abbiamo raccolto il pensiero di storici che si sono interessati al caso e presentiamo gli ultimi risvolti arricchiti di nuove indagini e di nuove prove fotografiche e documentali che testimoniano la veridicità, le criticità e i dubbi del fatto preso in considerazione. Questa collaborazione ha prodotto un eclatante risultato più vicino alla realtà dei fatti. La notizia pare essere ben fondata e documentata, tutto torna su un'unica “logica”: il capitano “Monti”, “prima volutamente e poi erroneamente” identificato in “Giorgi Dimitris dze Varazashvili”, era in realtà Jakov Džugašvili, figlio maggiore di Stalin, ed era in Italia fin dal luglio del 1944; tessé una relazione con Paola Liessi da cui nacque il piccolo Giorgio “un discendente di Stalin in Italia”. Il necessario esame del DNA sarebbe l’ultima prova fondante e definitiva a chiarire questa incredibile e intricata vicenda che ha fatto discutere i giornali per anni. Dulcis in fundo, le ultime prove fotografiche e l’inedita dichiarazione su uno scambio di piastrina di Jakov Džugašvili, cosa evidenziata nella lettera inedita di Bartolomeo De Zorzi, personaggio appartenente ai servizi segreti italiani, inviata nel 1988, prima di morire, a Giorgio Zambon, figlio del Capitano Monti – dalla quale si evince che lo stesso Capitano Monti era in realtà Jakov Džugašvili, il figlio di Stalin, e doveva essere catturato vivo dai nazifascisti.


         Sintesi delle prove, con i nuovi risvolti sul caso “Monti”


Nuove prove fondamentali:


1.     La foto ritrovata nel portafoglio del Monti, recuperata sulla sua salma, nella cella mortuaria del cimitero di Vittorio Veneto. Foto che, come ho comprovato, è strettamente legata solo a Jacov Džugašvili e alla famiglia Stalin;


2.     Il “Monti” aveva tutte le dita, per cui non poteva essere Giorgio Vorazoscyiliy al quale mancava una falange del dito, come risulta nella sua biografia georgiana;


3.     La dichiarazione di Bartolomeo De Zorzi, dei servizi segreti, che prima di morire spedì una lunga lettera a Giorgio Zambon, figlio del “capitano Monti”, precisando nello specifico l’avvenuto scambio di piastrina di Jakov.


4.     Tutte le numerose testimonianze






La falange del dito che dovrebbe mancare al capitano “Monti,” non mancava




  Le prove sono chiare: in due foto che rappresentano il capitano Monti in tenuta da partigiano, che di recente mi sono capitate fra le mani, consultando la documentazione in possesso della nipote del Monti, Alessandra Zambon, ho notato che aveva tutte le dita delle mani, mentre nella biografia di Giorgio Vorazoscyiliy (nome italianizzato) tratta dal dizionario georgiano, che ho tradotto in italiano, è riportato chiaramente che gli mancava l’ultima falange del dito indice della mano destra, e in questa biografia si diceva anche che, nonostante questo handicap, riuscì a realizzare interessanti sculture.



 ALTRE PUBBLICAZIONI DI LUCIO TARZARIOL:

giovedì 31 maggio 2018

Premio Contea di Ceneda e Tarzo edizione 2018




Cenni storici:

l’Amministrazione comunale d Tarzo ha voluto istituire il Premio Artistico “Contea di Ceneda e Tarzo” che trae origine dall’omonima antica suddivisione territoriale. Il Premio ideato dall’Artista Lucio Tarzariol e dallo Storico Bruno Michelon è stato Patrocinato dalla Regione Veneto, dai Comuni di Vittorio Veneto e Tarzo; Si tratta di un Premio di arti visive che si perpetuerà anche nei prossimi anni con premi acquisto ed esposizione degli elaborati dei partecipanti: il tutto allo scopo di trasmettere l’amore per l’arte e la conoscenza dell’immenso patrimonio italiano contemporaneo delle opere delle arti visive (pittura, scultura, grafica d’arte e video-computer art).

venerdì 4 maggio 2018

GIGANTI NEL PASSATO DI LUCIO TARZARIOL





ESTRATTO DAL LIBRO I GIGANTI -  DI LUCIO TARZARIOL
  Ora vi propongo un estratto dalla Frusta letteraria di Aristarco Scan:naube, Tomo III, opera di Giuseppe Baretti, Bologna, 1859:
  "Essendomi venuto alle mani un curioso e strano ragguaglio intorno a’ giganti antichi e moderni, letto da un certo monsieur Le Cat nell’accademia delle Scienze di Rouen, ho giudicato che possa riuscir gradito a’, reggitori della Frusta, onde l’ho tradotto e lo stampo qui.

“La Sacra Scrittura, parla di molte generazioni di giganti come a dire de’ Refaim, degli Anachim, degli Enim, de’Zonzonim, eccetera.

  “Gli Anachim o discendenti di Anach abitarono nella terra promessa: e le spie, mandate in quella terra da Mosè, li dipinsero al loro ritorno si smisurati che, in paragone ad essi, gli ebrei apparivano come grille o cicale. Il gigante Og, re di Bassan, sconfitto da Mosè, era di quella razza, ed il suo letto fatto di bronzo era lungo nove cubiti, vale adire quindici piedi francesi circa. I Rabbini assicurano anzi che quello non era neppure il suo letto, ma solamente la cuna in cui fu posto quando era bambino.

  “Quando Josué entrò nella terra di Cannan, sconfisse quei discendenti di Anach, che abitarono nella città di Ebron, di Dahir e di Anab, e lasciò vivi solamente quelli di Gaza, di Gath o di Azoth, dove per molti secoli si conservarono le tombe di questi giganti, e Gioseffo ebreo ne dice ancora ne’ suoi tempi si vedevano colà delle loro ossa di una misteriosa ed incredibile misura.

  “I Refaim discesero da Rafa, e continuarono fino a’ tempi di Davide. Golia di Gath, fu da Davide ucciso con una frombolata, era alto quasi undici piedi, fu uno degli ultimi giganti di quella città. La Scrittura fa menzione di quattro altri giganti, uno dei quali era fratello di Golia, e tutti quattro furono ammazzati da Davide e da’ suoi soldati.

  “La Storia profana non cede alla sacra in darci notizie di giganti. Ella diede sette piedi di altezza ad Ercole suo primo eroe: cosa degna di poca maraviglia, perché quello è l’ultimo grado della misura gigantesca, e noi abbiam visto a’ dì nostri uomini alti otto piedi. Io ho in mio potere una buona porzione di un cranio che debb’essere stato cranio di un corpo alto sette piedi, secondo le ordinarie regole di proporzione; e il gigante, che fu mostrato in questa stessa città di Rouen nel 1735, aveva otto piedi e più di statura. L’imperatore Massimino era pure alto otto piedi: Skenkio e Blatero, medici del secolo passato, ne videro molti di simile altezza, e Goropio vide una fanciulla che era alta dieci piedi.

  “Il corpo direste, al dire de’ greci, era di undici piedi e mezzo; il gigante Galbora, condotto dall’Arabia a Roma sotto Claudio Cesare, era presso che dieci piedi; e i cadaveri di Sedondilla e di Pusio, giardinieri di Sallustio, erano poco meno.

  Fumman scozzese, che viveva nel tempo di Eugenio secondo re di Scozia, era alto undici piedi e mezzo, e Jacopo le Maire, nel suo attraversare lo stretto Magellanico nel 1615, dice che vide nel porto di Desiderio alcune sepolture coperte di pietre che, fatte da lui rimuovere, offersero alla vista sua scheletri umani lunghi dieci e undici piedi.

  “Il gigante Ferragosto, ucciso da Orlando nipote di Carlo Magno, era alto diciotto piedi.

  “Il cavaliere Scory nel suo viaggio al Picco di Teneriffa dice che in una sepolcrale caverna di quel monte vide la testa di un gigante, la quale aveva ottanta denti, e che il corpo, conservato nel cimitero de’ re di Guimar, della cui razza si credeva che colui fosse stato, non era meno di quindici piedi.

  “Riolando celebre anatomico, che scrisse nel 1614, dice che alcuni anni prima si vedeva nel sobborgo di san Germano a Parigi vicino alla cappella di san Pietro la gamba del gigante Isoret, che era stato alto venti piedi.

  “In questa stessa città di Rouen nel 1509, nello scavare le fosse vicino a’ Domenicani, fu trovata una tomba che conteneva uno scheletro, di cui un cranio conteneva uno staio di grano, e lo stinco giungeva alla cintura del più alto uomo che fosse quivi, essendo lungo quattro piedi circa; conseguentemente il corpo doveva essere alto diciassette o diciotto piedi. Sulla tomba vi era un rame, in cui erano scolpite queste parole: Qui giace il nobile e forte signore e cavaliere Ricon di Vallemont e le sue ossa.

  “Platero, medico famoso, e che certamente sapeva distinguere le ossa umane dalle ossa degli animali, narra di aver veduto a Lucerna le ossa di un uomo, che doveva essere stato alto diciannove piedi.

“Valenza nel Delfinato si vanta di possedere le ossa del gigante Bardo tiranno del Vivarese, che fu morto di freccia dal conte di Cabillone suo Vasallo. I Domenicani hanno una parte del suo stinco coll’osso del ginocchio, e il suo ritratto dipinto a fresco, con un iscrizione che dice questo gigante essere stato alto ventidue piedi e mezzo. Ecco l’iscrizione:” Haec est “effigies gigantis bardi Vivariensis tyranni in monte Cressioli ”statis, statura quindici cubito rum, a Comite Cabilionensi” occiso, anno - , cujus’ossa a religioso dominicano inventa “fuerunt prope ripam Menderi, anno 1705. – Ce corps dont” tu vois le squelette, nacqui an nombre des Geats; Chrètien, “crois que la mort arre les plus grands.”

  La tradizione dice che questo gigante dimorasse su quel monte di Crussolo. Quel fiume Merdero in una sua escrescenza d’acque scoperse una molto lunga tomba di mattoni, in cui furono trovate ossa con una freccia, che si crede quella stessa da cui fu ucciso. Il padre Crozat mi assicura per lettera che certi medici i quali passarono per Valenza con un principe, che viaggiava nel 1701, assicurarono che quelle ossa erano d’uomo, ed offersero ventidue doppie per esse.

  “I Canonici regolari della badia di san Rufo nella stessa città di Valenza, hanno ancora un osso della spalla dello stesso gigante, lungo tre piedi e mezzo, ed una delle vertebre de’ lombi che ha tre piedi e mezzo, ed una delle vertebre de’ lombi che ha tre piedi e otto pollici di circonferenza, larga undici pollici, e il buco pel passaggio della midolla spinale ha quattro pollici di diametro. Il padre Musi, che mi mandò questo ragguaglio, ragionevolmente conchiude che questo gigante deve essere stato alto di statura che non si dice nella suddetta iscrizione, eccetto ch’egli sia stato molto sproporzionato, cosa assai comune in uomini di così straordinaria forma".
 
 
 


lunedì 23 aprile 2018

Jakov il figlio di Stalin partigiano in Italia. La discendenza di Stalin in Italia


 Acquisto su:
Il testo è richiedibile via mail a: reminiscenti@inwind.it

Questo non è il romanzo Il figlio di Stalin di R. Bacchelli che scrisse nel 1953, l'anno della morte del dittatore russo e che venne pubblicato in quell'anno dalla Rizzoli, ma è una realtà che ben supera la fantasia. Lucio Tarzariol assieme ad Alessandra Zambon nipote diretta di Jakov Stalin, svelano l'arcano mistero della: "vera discendenza di Stalin in Italia". Una storia a dir poco incredibile e avvincente. Una storia reale avvenuta tra il 1944 e il 1945 nell'ambiente partigiano dell'alta Italia.

Sopra, cerchiato in rosso, il capitano “Monti” fra le fila partigiane venete.
 
Sinossi

  In questa ricerca Lucio Tarzariol, assieme ad Alessandra Zambon, nipote diretta del “Capitano Monti” alias Jakov Josifovič Džugašvili Stalin, mette in evidenza l’oscura vicenda della doppia identità del partigiano russo morto in Italia fra le colline di Treviso nel 1945. Nello specifico, oltre a raccontare la vicenda storica partigiana accaduta fra le colline di Treviso, viene trattato, attraverso ricerche inedite, testimonianze e interviste, il fondato e sconvolgente sospetto di uno scambio di identità servito da alibi per fuggire a Jakov Džugašvili, il figlio maggiore di Stalin, ufficialmente creduto morto in Germania, ma in realtà fuggito in Italia sotto il nome di Giorgi Dimitris dze Varazashvili, conosciuto tra le fila partigiane con il nome di “Capitano Monti”. Anche molti russi credono che Jakov, il figlio maggiore di Stalin, non sia morto in prigionia tedesca, come si è voluto far credere per anni, ma sia fuggito in Italia; del resto, come credeva la sua stessa figlia, Galina, è probabile che i tedeschi per i loro scopi propagandistici presentassero al mondo un doppione di Jakov, e avrebbero portato avanti la loro tesi avendo semplicemente trovato solo i documenti personali di Jakov, che dalle testimonianze pare se ne fosse liberato prima dell’arresto da parte dei tedeschi. Non a caso: “la bara arida del morto da Sachsenhausen arrivò a Berlino, ma poi scomparve misteriosamente e, con lui, le ultime tracce di Jakov Džugašvili”. Tra l’altro la sopra citata ipotesi è conforme ai risultati recentemente diffusi dai sovietici. Molte le vicende, le testimonianze, i fatti e le recenti prove che portano a pensare che il “Capitano Monti” sia stato in realtà proprio Jakov Džugašvili, figlio naturale di Stalin; dalla scomparsa del corpo nel cimitero di Tovena, alle varie testimonianze raccolte da chi gli era vicino, dai rastrellamenti nazifascisti e dalle visite dell’ambasciata russa in casa dell’allora fidanzata Paola Liessi, con lo scopo e l’intento di portargli via il figlio che aveva concepito con il capitano “Monti”, e non per ultimo la scomparsa dei fascicoli riguardanti lo stesso Monti a Roma, al quale fu concessa anche la medaglia al valor militare. Ancora l’intervista alla RAI a Svetlana, figlia di Stalin, sospesa a metà, l’incredibile somiglianza del capitano “Monti” e la sua discendenza con la famiglia Stalin, senza trascurare i tratti caratteriali del “Monti” che combaciano perfettamente con quelli di Jakov. Non dimentichiamo poi questa ricerca con i nuovi risvolti, che mi ha portato a identificare le persone rappresentate nella misteriosa foto che il capitano “Monti” teneva nel portafoglio rinvenuto nella sua salma dopo la sua morte; persone che sono affettivamente legate a Jakov Stalin e alla sua famiglia. Come ho ben documentato da comparazioni e foto fatte nel medesimo luogo e tempo; nonché la constatazione, tramite documentazione fotografica, che al capitano “Monti” non mancava alcuna falange al dito indice come invece è evidenziato nella sua biografia presente nel dizionario georgiano.
 
 Tutto ciò e tanto altro porta a supporre che la vera identità di Jakov Stalin abbia continuato ad esistere nella figura del “Capitano Monti”, “Giorgi Dimitris dze Varazashvili”, fino alla sua morte nel 1945, tra le colline di Vittorio Veneto e Tarzo. Ma la sua discendenza tuttora continua a esistere in quanto il capitano “Monti”, come già accennato, tessé una relazione amorosa con la trevigiana Paola Liessi, e pochi mesi dopo la sua morte nacque, come già detto, suo figlio, che prese il nome di Giorgio Zambon, il quale dedicò parte della sua difficile esistenza alla ricerca della vera identità del padre, fu sposato con la cugina Enia Liessi, viaggiò in Russia, contattò enti istituzionali e politici alla ricerca di informazioni che non trovò mai; infine ebbe una figlia, Alessandra Zambon, che in questo libro mette in evidenza i ricordi e le difficoltà di una famiglia che ancora non ha sciolto la matassa ed i nodi della sua oscura discendenza, quella che molto probabilmente è la “discendenza di Stalin in Italia”.
 
  Testimonianze, sospetti, interviste e ricordi tessono un puzzle che pare avere una sola logica. Io e Alessandra abbiamo raccolto il pensiero di storici che si sono interessati al caso e presentiamo gli ultimi risvolti arricchiti di nuove indagini e di nuove prove fotografiche e documentali che testimoniano la veridicità, le criticità e i dubbi del fatto preso in considerazione. Questa collaborazione ha prodotto un eclatante risultato più vicino alla realtà dei fatti. La notizia pare essere ben fondata e documentata, tutto torna su un'unica “logica”: il capitano “Monti”, “prima volutamente e poi erroneamente” identificato in “Giorgi Dimitris dze Varazashvili”, era in realtà Jakov Džugašvili, figlio maggiore di Stalin, ed era in Italia fin dal luglio del 1944; tessé una relazione con Paola Liessi da cui nacque il piccolo Giorgio “un discendente di Stalin in Italia”. Il necessario esame del DNA sarebbe l’ultima prova fondante e definitiva a chiarire questa incredibile e intricata vicenda che ha fatto discutere i giornali per anni. Dulcis in fundo, le ultime prove fotografiche e l’inedita dichiarazione su uno scambio di piastrina di Jakov Džugašvili, cosa evidenziata nella lettera inedita di Bartolomeo De Zorzi, personaggio appartenente ai servizi segreti italiani, inviata nel 1988, prima di morire, a Giorgio Zambon, figlio del Capitano Monti – dalla quale si evince che lo stesso Capitano Monti era in realtà Jakov Džugašvili, il figlio di Stalin, e doveva essere catturato vivo dai nazifascisti.

         Sintesi delle prove, con i nuovi risvolti sul caso “Monti”

Nuove prove fondamentali:

1.     La foto ritrovata nel portafoglio del Monti, recuperata sulla sua salma, nella cella mortuaria del cimitero di Vittorio Veneto. Foto che, come ho comprovato, è strettamente legata solo a Jacov Džugašvili e alla famiglia Stalin;

2.     Il “Monti” aveva tutte le dita, per cui non poteva essere Giorgio Vorazoscyiliy al quale mancava una falange del dito, come risulta nella sua biografia georgiana;

3.     La dichiarazione di Bartolomeo De Zorzi, dei servizi segreti, che prima di morire spedì una lunga lettera a Giorgio Zambon, figlio del “capitano Monti”, precisando nello specifico l’avvenuto scambio di piastrina di Jakov.

4.     Tutte le numerose testimonianze

 

 

La falange del dito che dovrebbe mancare al capitano “Monti,” non mancava

 

  Le prove sono chiare: in due foto che rappresentano il capitano Monti in tenuta da partigiano, che di recente mi sono capitate fra le mani, consultando la documentazione in possesso della nipote del Monti, Alessandra Zambon, ho notato che aveva tutte le dita delle mani, mentre nella biografia di Giorgio Vorazoscyiliy (nome italianizzato) tratta dal dizionario georgiano, che ho tradotto in italiano, è riportato chiaramente che gli mancava l’ultima falange del dito indice della mano destra, e in questa biografia si diceva anche che, nonostante questo handicap, riuscì a realizzare interessanti sculture.


 ALTRE PUBBLICAZIONI DI LUCIO TARZARIOL:


sabato 21 aprile 2018

GIGANTI NEL PASSATO di Lucio Tarzariol. Verità nascoste


https://www.bookrepublic.it/book/9788828311669-giganti/

 Richiesta via mail a: reminiscenti@inwind.it

 Sinossi


  In questo testo si riportano curios


  In questo testo si riportano curiose e ed interessanti prove sulla reale esistenza di uomini giganti vissuti nella nostra Terra, nel passato; inoltre si indaga sulla veridicità delle tracce che ancora si ritrovano nel nostro presente.Rinvenimenti archeologici di provata serietà avvenuti in tutto il mondo ne confermano l'esistenza senza ombra di dubbio.

  Questa razza di dimensioni gigantesche popolò la terra migliaia di anni fa; non è un caso che tutti i popoli della Terra, nella loro “mitologia”, sacra o profana che sia, raccontano o fanno riferimento a un popolo di giganti. Li ritroviamo in testi religiosi antichi e perfino nella Genesi biblica dove vengono descritti come una razza diversa, con una loro particolare caratteristica, rappresentata, per l’appunto, in questo caso, dalla loro incredibile grandezza e sarebbero loro quegli eroi che l’umanità ricorda.

  Dobbiamo renderci conto che solo accettando l'ipotesi di una razza di giganti si può spiegare l'esistenza di certe costruzioni megalitiche quali i menhir, i dolmen, i cromlech, e altre incredibili strutture costruite con pietre pesanti tonnellate.

  Seri ricercatori e classici letterati ne confermano l’esistenza da sempre e raccolgono spesso, testimonianze di autentici ritrovamenti che non hanno niente a che vedere con le carcasse di animali, nemmeno con grandi scimmie che sicuramente non seppellivano i morti della loro specie in tombe e nemmeno costruivano asce, né si mettevano vesti e anelli.

  Purtroppo, per motivi solo accennati in questo testo, le ossa vengono spesso fatte sparire e occultate.

  Le scoperte sono molteplici, in questo libro ne troverete elencate molte con i dettagli del caso. La verità non può più sfuggire e nemmeno essere relegata a “bufala”.

  Anche gli increduli più ottusi dovranno ricredersi, alla luce delle enormi costruzioni, alla luce dei nuovi ritrovamenti, alla luce di una verità inequivocabile che non può più essere occultata.

  In questo libro troverete anche curiose storie orientali inedite di giganti curate da Francesco Franceschi e recenti esperienze come quella fatta da Marco Marsili in Sardegna e dal sottoscritto in Sicilia nelle “mitiche terre dei giganti in Italia”.

                                                                                    Lucio Tarzariol